01/01/2002
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Il "sardus*pater" vissuto 250 mila anni fa
La preistoria sconvolta dall'ominide di Cheremule
Di Nur non si sa molto: del suo corpo, in fondo a una grotta-sorgente quasi inaccessibile sul monte Cuccureddu (settecento metri di budello stretto e fangoso) è stata recuperata appena una falange. Un ossicino sottile, perfettamente conservato, annerito dalle incrostazioni di manganese, lungo più o meno quattro centimetri. Una cosa - all'apparenza - da nulla: eppure e la dimostrazione che l'uomo, in Sardegna, c'era già nel Pleistocene, circa 250mila anni fa. E che forse era un uomo diverso dagli altri: l'Uomo di Sardegna.

Per stabilire l'età di Nur è stato necessario inviare la falange nei laboratori dell'Oregon. I risultati della datazione sono clamorosi: i sardi più antichi di cui si aveva traccia finora vissero "appena" 10 mila anni fa. Il reperto di Cheremule, in altre parole: sposta indietro di circa 200 mila anni l'arrivo dell'uomo sull'isola.

Spiega Sergio Ginesu, che insieme alla sua collega dell'università di Sassari, Stefania Sias e al professor Jean Marie Cordy dell'università di Liegi, in Belgio, ha studiato questo eccezionale reperto portato alla luce quattro anni fa dagli avventurosi speleologi del gruppo Tag "Monte Majore' di Tniesi.

«L'uomo potrebbe essere arrivato circa 500-550 mila anni fa tramite quella sorta di passaggio fra la nostra isola, la Corsica e l'arcipelago toscano: un passaggio che prevedeva anche l'attraversamento di.bracci di mare. Lo stesso passaggio percorso dalla iena recuperata a Oliena».

Ma chi era, che vita faceva questo Nur che, con una sola falange, ha sconvolto le conoscenze acquisite sulla preistoria sarda? Chissà, forse fu proprio lui a tentare di scheggiare una tibia di cervo recuperata a pochi metri dalla sua falange: un osso su cui restano tre inspiegabili tagli orizzontali. Come gli ominidi che vivevano in quel periodo sul continente, Nur era forse un cacciatore nomade che usava come armi pietre scheggiate su entrambi i lati, conosceva il fuoco, faceva vita nomade ma costruiva capanne circolari in pietra o dormiva in caverne dal pavimento in ciottoli.

Forse era un Homo erectus abbastanza evoluto, quasi un Homo sapiens neandertalensis: ma «è probabile - come ammette il prudentissimo Jean Marie Cordy - che si tratti di un ominide dalle caratteristiche proprie. Un ominide che, come succede nelle isole, ha subito un processo evolutivo del tutto particolare». Insomma, così come c'è l'Uomo di Giava, potrebbe esserci l'Uomo di Sardegna: e potrebbe essere, a giudicare dalla forma della falange ritrovata, un ominide dal corpo esile, allungato, gracile. «Una volta arrivato sull'isola - soggiunge Ginesu - l'uomo potrebbe essere rimasto intrappolato e aver seguito un'evoluzione tutta sua».

Per saperne di più, la falange dell'ominide di Cheremule verrà confrontata con quella di un suo "coetaneo": quello trovato ad Atapuerca, in Spagna. Un esperimento da cui gli studiosi si aspettano molto.

Ancora di più, però, ci si aspetta dalla Regione: «Ora - hanno spiegato - si tratta di trovare i finanziamenti per proseguire le ricerche nella grotta di Cheremule. Ci sono migliaia di ossa; da recuperare e studiare». E il rettore Alessandro Maida ha annuito platealmente: «Bisogna esplorarla»;.

Un posto proibitivo: ci si entra strisciando net fango e nell'acqua, si devono superare strettoie e parti interamente sommerse dall'acqua, solo alla fine si riesce a mettersi in ginocchio. «Sarà necessario un intervento di tipo minerario», annuncia l'ingegner Trebini, della soprintendenza. In pratica, servono parecchi miliardi.

«Ma no», replicano gli speleologi di Thiesi: «C'è un punto in cui il soffitto arriva a meno di un metro dalla superficie: bucare lì sarà uno scherzo da ragazzi». La conoscono bene, loro, la grotta delle meraviglie. Riescono a percorrerla in tre ore. Raccontano che a cinquecento metri dall'ingresso si trovano le prime ossa nere, le più piccole, quelle che l'acqua, nel corso dei secoli, ha trascinato più facilmente. Man mano che si avanza ci sono le più grosse. In fondo, tantissimi teschi di animali che popolavano l'isola nel Pleistocene: un cervo poi estinto (Megaloceros cazioti: il suo teschio, compreso l'imponente palco di corna, è ancora lì sotto), una specie di piccolo lupo (Cynotherium sardous) e alcuni roditori. Forse erano le prede che Nur aveva catturato e nascosto in quella caverna. Al sicuro. Aveva scelto bene.

Marco Noce